Collezione Enrico Camponi
Uno sguardo sul mondo che cambia

A cura di Renato Corsini

Dal 17 ottobre al 17 novembre

Inaugurazione: lunedì 17 ottobre, ore 18.30
Intervengono Renato Corsini ed Enrico Camponi, con la partecipazione straordinaria di Gianni Berengo Gardin

Uno sguardo sul mondo che cambia

La storia tra Enrico Camponi e la sua collezione di fotografie ha radici lontane. Enrico Camponi non è senz’altro né un parvenu, né un raccoglitore di immagini mosso da prospettive economico-commerciali e né, tantomeno, un accumulatore seriale di scatti analogici delle più disparate appartenenze.

Enrico Camponi, fino a poco tempo fa apprezzato antiquario nella capitale, in verità, ha inteso creare una collezione che in qualche modo fosse la testimonianza di un suo trascorso personale, di quella Storia (con la esse maiuscola), che la sua generazione ha visto e vissuto in prima persona. Ne è scaturita una raccolta ben identificata nelle sue scelte e nei suoi protagonisti; una collezione intesa a offrirci quello “sguardo sul mondo che cambia” che ci può, almeno in parte, aiutare a comprendere i grandi mutamenti sociali che, nella seconda metà del novecento, hanno caratterizzato un’epoca. I percorsi, come anche gli autori coinvolti, sono molteplici ma coerenti tra loro. Nelle foto di Mario Dondero in Francia e in quelle di Fausto Giaccone e Nicola Sansone a New York, nelle contestazioni studentesche di Uliano Lucas, nei ritratti degli uomini di potere, di Lawrence Ferlinghetti o di gente comune, nell’India di Calogero Cascio e nell’ “apartheid” narrata da Tiziano Terzani, passando attraverso la Cina di Caio Mario Garrubba, ci scorrono davanti agli occhi anni ricchi di rivoluzioni, di nuovi mondi e di nuovi modi di concepire la vita. La ricerca del collezionista è diventata un rotocalco cartaceo e analogico (per questo ancor più apprezzabile), che, oltre a farci ammirare la grande capacità professionale dei singoli fotografi, riesce anche a stimolare l’interesse e la memoria di quanti vi si avvicinano. La memoria appunto, quello straordinario contenitore di ricordi che poche forme espressive, aldilà della fotografia, sono in grado di risvegliare in modo così immediato e forte.

Renato Corsini

Altre storie nella storia

Informare con intelligenza, profondità, incisività, andando oltre alla retorica, l’intrattenimento, il sensazionalismo. Seguire con curiosità l’evolversi delle trasformazioni dell’Italia e del mondo muovendosi sullo scacchiere internazionale e cercando di raccontare altre storie nella storia, scavando nella complessità dei problemi. In Italia hanno tentato di farlo, con costanza, fatica e determinazione, diverse generazioni di fotografi freelance che hanno dato un contributo importante all’informazione visiva del nostro paese, accanto agli inviati dei settimanali dell’epoca d’oro del rotocalco. Liberi dai vincoli tematici e temporali della committenza, sono stati una voce diversa in un sistema della stampa italiana che ha sempre avuto un rapporto difficile con la fotografia, che l’ha spesso usata come illustrazione e fascinazione, senza capirne il reale valore informativo. I loro nomi, le loro storie, si intrecciano con quelle di alcuni giornali minori o minoritari espressione di un giornalismo “di fronda”, civile e colto, capace di capire il valore della fotografia come cultura e informazione e di dare ad essa spazio sulle proprie pagine. Negli anni Cinquanta e Sessanta è stato in particolare il Mondo di Mario Pannunzio ad usare con intelligenza e sensibilità le fotografie di un gruppo di freelance e fotoamatori che scoprivano l’immagine fotografica come linguaggio con cui raccontare la società (i fotografi del gruppo romano, e poi Gianni Berengo Gardin, Enzo Sellerio, Melo Minnella, e molti altri ). Lo ha fatto con i limiti di una cultura italiana degli anni cinquanta che guardava comunque alla fotografia come nota a margine di un testo scritto che conservava il valore informativo primario; ma lo ha fatto, e le sue eleganti pagine sono oggi un’antologia di appunti fotografici di storia, con il loro sguardo su un’Italia ancora di provincia, sui costumi e le idiosincrasie degli italiani, su un mondo di cui si cercava di scoprire la complessità al di là della divisione schematica nei due blocchi contrapposti Usa-Urss. Accanto ad esso negli stessi anni L’Espresso formato “lenzuolo”, diretto da Arrigo Benedetti, con Franco Lefevre come art director, valorizzava molti di questi autori, e altri che li hanno seguiti, dando spazio ai loro reportage. Raccontava l’altra faccia del miracolo economico, costruendo settimana dopo settimana un controracconto che svelasse i problemi, le contraddizioni, le corruzioni che attraversavano il processo di modernizzazione del paese, scavando dentro l’ottimismo e l’euforia dei settimanali a larga tiratura.

Una generazione più tardi, in un giornalismo italiano svecchiato e modernizzato dalle trasformazioni politiche e sociali del paese, questo ruolo di catalizzatore di nuovi punti di vista corrosivi e originali è stato rivestito, fra gli altri, da un settimanale romano che si richiamava culturalmente e politicamente alla tradizione della sinistra indipendente e che aveva come direttore politico niente meno che Ferruccio Parri: l’astrolabio. Ormai concepito nel piccolo formato newsmagazine tipico del periodo, sobrio, rigoroso, attento, ha ospitato sulle sue pagine le fotografie di una nutrita leva di fotografi impegnati in questi anni in una documentazione capillare della realtà nazionale e internazionale, fotografie che il giornalista Mario Signorino sceglieva con oculatezza in un fitto dialogo con gli autori.

Erano gli anni Settanta e l’Italia era attraversata da una forte tensione politico-culturale, da un desiderio di conoscere e riflettere sui processi socio-politici del proprio tempo per incidere su di essi e trasformarli. Erano gli anni per intenderci delle “150 ore”, introdotte nel contratto nazionale dei metalmeccanici del ’73 per il diritto allo studio dei lavoratori, dei tascabili che spopolavano nelle librerie con centinaia di titoli di teoria politica, storia, sociologia e attualità, di decine di pubblicazioni periodiche che si impegnavano in quella che allora veniva chiamata la controinformazione. Bisognava raccontare un mondo in movimento, attraversato dalle lotte per i diritti civili negli Stati Uniti, dai movimenti terzomondisti dell’Africa e dell’America Latina, dalle lotte studentesche e operaie. Questi avvenimenti chiedevano alle immagini di dare ad essi un volto e una voce, e per questo non bastavano certo le fotografie paludate delle agenzie fotografiche, ci volevano immagini nuove, scattate da fotografi coscienti del proprio ruolo e con una visione partecipe di quello che stava accadendo.

Le pagine dell’Astrolabio furono una grande palestra di formazione per questa nuova generazione. Accanto agli articoli di Saverio Tutino, di Bruno Crimi, Tiziano Terzani, Giampiero Mughini e di decine e decine di altri giornalisti, alcuni già di lunga esperienza altri all’inizio della loro carriera, apparvero le prime foto di Vezio Sabatini che rivoluzionavano la fotografia politica: non più ingessati scatti di cronaca che riprendevano il politico in immagini statiche e spesso ossequenti, ma fotografie di movimento, ironiche e vivaci che lo restituivano nella sua quotidianità. Apparvero le fotografie di Mauro Vallinotto che ti portavano dentro alla Torino operaia, alla catena di montaggio della Fiat, nei sovraffollati sottotetti abitati dagli immigrati. Nelle immagini di Fausto Giaccone scoprivi il meridione d’Italia, con la sua voglia di riscatto, il suo volto contadino trasformato da una modernizzazione che non sapeva portare ricchezza. Erano fotografie che, numero dopo numero, ti davano una nuova chiave interpretativa della questione meridionale. E poi c’erano gli sguardi acuti di Paola Agosti, Mario Orfini, Bruna Amico, Sandro Becchetti, Tano D’Amico, Dario Bellini e di tanti altri protagonisti di una nuova stagione del nostro fotogiornalismo che trovate in questo libro, che si incrociavano con gli “anziani”: ancora una volta Mario Dondero, Caio Garrubba, Calogero Cascio, Nicola e Antonio Sansone.

Quelli dei primi anni Settanta, furono dei numeri davvero straordinari, straordinari per la scrittura, per lo stile, per le copertine sempre diverse che attraverso la grafica, il disegno, la fotografia, rompevano la tradizionale immagine del giornale. Entrare nella sede della redazione in via di Torre Argentina, era come entrare in una casa amica, dove fermarti a parlare con giornalisti e fotografi che ti raccontavano viaggi, impressioni, riflessioni. Arrivavi con il tuo pacco di fotografie sottobraccio, ti sedevi nell’ufficio di Signorino e disponevi sul tavolo le stampe, conversando sulle ragioni delle foto, sulle storie che racchiudevano, mentre il giornalista sceglieva gli scatti adatti al numero in uscita e quelli da acquisire per l’archivio. E poi ti perdevi tra le scrivanie in discussioni che andavano dalle considerazioni sugli ultimi scritti di Elsa Morante o Pierpaolo Pasolini all’alta geopolitica della questione sovietica, della guerriglia in America Latina o del nazionalismo arabo, dagli scioperi dei braccianti alla coscienza di classe del mondo operaio, in un’epoca in cui informare e informarsi era un esercizio quotidiano di partecipazione alle sorti della società. Riguardando le annate del settimanale dopo tanti anni, riscopro migliaia di scatti, miei e di tanti amici, una documentazione eccezionale di avvenimenti costruita in una quindicina d’anni, immagini che hanno cercato di raccontare la vita intorno a noi e che, ahimè, sono andate disperse. Alla chiusura del giornale, nel 1984, come spesso è purtroppo successo per molte testate, l’archivio fotografico è stato smembrato, molte foto sono andate perdute, molte altre sono finite sulle bancarelle di Porta Portese. Oggi. grazie a Enrico Camponi e Renato Corsini, questa mostra ne ricompone un primo nucleo restituendoci un frammento importante del nostro giornalismo e della nostra storia.

Uliano Lucas