loc_alabiso_icoTito Alabiso.
Il mestiere di fotoreporter
Dal 6 ottobre al 5 novembre 2020

Benito Alabiso. “Tito” per tutti. Il “repo” per quelli che, come me, condividevano con lui la passione per la fotografia. Il “repo”; a ricordargli in modo un po’ ironico la sua vera anima di “fotoreporter”. Perché quella era la fotografia che amava, quello era il mondo che voleva percorrere quando appesa al collo aveva la sua Leica o la sua Nikon. Il piccolo formato, 24×36 bianco/nero o a colori, per lui che professionalmente lavorava con i grandi formati; quelli che la fotografia commerciale gli imponeva e che gli stavano stretti così come gli stavano stretti i pur ampi spazi del suo studio/laboratorio.
Lo conobbi mentre era impegnato nella lavorazione di un catalogo per il quale dovevo curare alcune fotografie. Puntiglioso ed ossessivo per le luci artificiali, attento nei più minimi particolari e mai contento dello scatto che aveva eseguito.
Il contrario di quando era fuori, di quando davanti a lui c’era qualcosa di autentico, qualcosa in evoluzione, un evento da portare a casa con pochi veloci fotogrammi.
Non importa se fosse a teatro, allo stadio, nel bel mezzo di una dimostrazione, in vacanza o all’isola di Wight; lo spirito era lo stesso. Tito amava veramente fotografare, con la fotocamera al collo stava bene, senza quella era come se gli mancasse una parte di se stesso, una protesi naturale del suo braccio e della sua mente. Fotografava in modo istintivo, libero da schemi o riferimenti dottrinali, più attento a documentare che a interpretare.
La “bella fotografia” non gli bastava, voleva che vi si leggesse una storia, voleva trasformare il mondo che ci stava dietro e se per questo bisognava rinunciare a qualcosa, Tito era disposto a farlo. E a questo proposito le discussioni non finivano mai. Ricordo con autentica nostalgia ed affetto le serate con lui, Gian Butturini, Celio Berti, Ken Damy, Vincenzo Lonati e tutti gli amici del “collettivo fotografi”, passate a disquisire su appassionate quanto inutili questioni intorno alla “fotografia, arte o documento” o “fotografia, mezzo o fine”.
Serate intense che finivano sempre con grandi temi irrisolti ed abbondanti libagioni consumate. Serate che ci mancano perché ci manca l’entusiasmo, l’umanità e la partecipazione che personaggi come Tito erano in grado di trasmetterci. (Renato Corsini)